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Coltivare la rivoluzione

Da sempre coinvolto e soprattutto attivo nella vita della propria comunità, Jim Embri lavora sin da giovanissimo per arginare l'ingiustizia sociale e per sostenere chi si trova in difficoltà. La Rete delle Comunità Sostenibili di Lexington di cui fa parte è un'officina di idee, attività, progetti: orti scolastici, corsi di educazione alimentare, programmi di sostegno per chi subisce violenza o per chi deve riprendersi la vita dopo una dipendenza. Non ci stancheremo mai di ringraziare Jim e i tanti che come lui hanno fatto di Terra Madre la grande comunità globale di oggi

Sappiamo che sei un attivista impegnato a diffondere la giustizia sociale sin da ragazzo. 
Domandarsi da dove viene e come si produce il cibo che arriva nelle nostre tavole, era una questione centrale anche negli anni Settanta? La questione della sovranità alimentare e la lotta per la giustizia sociale viaggiano di pari passo?
Sì! Per tanti di noi affermare il diritto alla sovranità alimentare andava di pari passo con le altre rivendicazioni sociali. Nel 1968, durante i funerali del dottor King, incontrai l’attivista Ernie Green che mi offrì un lavoro estivo a Brooklyn, ed è lì che per la prima volta sono stato introdotto ai concetti del razzismo nel sistema del cibo. Nel 1971, incontrai Dick Gregory comico e attivista politico (si manifestava contro la guerra in Vietnam). Fu lui a chiarirmi le idee sulle politiche che governano il sistema alimentare e mi convinse ad adottare il vegetarianismo sia come dieta sia come stile di vita. In quegli anni sorsero qualcosa come 300 cooperative per il cibo naturale e io stesso fui membro fondatore della cooperativa Good Foods qui a Lexington, una zona già allora molto attenta tanto ai cibi locali biologici quanto alla coltivazione collettiva. Vero è che negli ultimi 20 anni c’è stata una enorme presa di coscienza sugli effetti deleteri che il sistema agricolo industriale e la cultura del fast food stanno avendo sulla salute della gente e del pianeta. Per come la vedo io, giustizia sociale e alimentare sono strettamente legate. Se da un lato infatti la campagna per la sostenibilità comprende tutti i movimenti in favore della giustizia sociale, dall’altro un sistema di cibo sano e locale è il fondamento di ogni comunità sostenibile. Comunque il punto di vista newtoniano prevalente oggi ci porta a pensare alla Terra come a un insieme di parti meccaniche slegate tra loro da sfruttare e da monetizzare. Io invece guardo al pensiero sistemico che ci insegna come tutto sia collegato, interdipendente e creato dalla stessa sorgente. 

Come hai conosciuto Slow Food? Perché hai deciso di far parte della grande rete di Terra Madre?
Nella primavera del 2008 un amico mi ha parlato di Terra Madre e del suo legame con Slow Food. Mi sono subito informato on line innamorandomi della filosofia e dei principi della chiocciola che condivido in toto. Poche settimane dopo mi sono candidato come delegato e sono stato selezionato per partecipare al meeting di Torino: un’esperienza incredibile che ha rafforzato la mia convinzione e il mio entusiasmo nei confronti del movimento della chiocciola. 


Raccontaci del vostro lavoro a Lexington
La Rete delle Comunità Sostenibili di Lexington è una ragnatela di relazioni attiva dal 2006 che si estende a livello locale, nazionale, internazionale e forse un giorno intergalattico! Lavoriamo in tutti i settori della filiera per ricreare legami che includano dimensioni politiche, ecologiche, sociali e spirituali. Nel corso degli scorsi 6 anni abbiamo: ospitato un convegno annuale di cibo locale, formato oltre 300 docenti per organizzare orti scolastici, ispirato la nascita di oltre 40 orti collettivi, promosso proiezioni a cadenza mensile sul tema, avviato laboratori e ritiri per la comunità, tenuto oltre 45 convegni su Slow Food, Terra Madre e la sovranità alimentare, scritto articoli e rilasciato interviste ai media, aiutato a pianificare in tutto il Paese numerose conferenze sulla sicurezza alimentare, collaborato con l’amministrazione locale alla Squadra per la pianificazione sul clima, avviato un comitato che si occupa di politiche alimentari. 
Inoltre, abbiamo sviluppato progetti molto concreti come gli orti collettivi presso il centro di recupero Chrysalis House e alla One Parent Scholar House, avviato un programma di disintossicazione da droghe e alcool, corsi di educazione alimentare presso il Family Care Center, un corso di scuola superiore per ragazze madri, l’analisi di orti e allevamenti per il Programma Bluegrass sulla Violenza Domestica. E infine diamo tutela alle donne che hanno subito violenze domestiche.
Abbiamo ricevuto tantissima solidarietà, partecipazione e tante richieste per i servizi della nostra Rete.
Attraverso le nostre iniziative lavoriamo a stretto contatto con le scuole primarie e secondarie, gli agricoltori, i programmi femminili, le comunità di profughi, il sistema giudiziario, i gruppi religiosi, l’amministrazione locale e statale, le cooperative, le università, numerosi media locali e naturalmente i piccoli produttori! Abbiamo ricevuto numerosi riconoscimenti e premi, facciamo circa 45 presentazioni ogni anno e lavoriamo in molte commissioni di pianificazione e di valutazione.

Siete un un esempio per tutti, fate un lavoro incredibile! Ma tornando all’universo cibo, pensi che il numero di consumatori consapevoli (co-produttori) negli Stati Uniti sia in aumento? 
Sì! Senza dubbio il numero dei co-produttori in tutti gli Stati Uniti aumenta esponenzialmente ogni anno. Il nostro amico Wendell Berry anni fa disse «mangiare è un atto agricolo» e sempre più persone oggi hanno maturato questa consapevolezza e la vivono nel quotidiano. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito all’aumento del 50% nei mercati agricoli e alla crescita delle Community Supported Agriculture (agricoltura sostenuta dalla comunità), a un’espansione delle iniziative che collegano direttamente i produttori e le mense nelle scuole primarie e secondarie, negli ospedali, nelle università e persino nelle carceri. C’è molto più cibo locale e biologico in molti negozi e ristoranti a dimostrazione del fatto che gli americani vogliono cibo di qualità prodotto in armonia con l’ambiente e le culture. 

Creare un orto può sembrare un’iniziativa piccola, ma può avere un impatto molto forte. Perché secondo te si tratta di uno strumento tanto potente?
Il tormentone del secolo scorso era che tutti dovevamo essere capaci di usare il computer e alfabetizzazione informatica è stato il mantra degli anni Zero. Ora il mantra dovrebbe diventare alfabetizzazione ecologica: quello che davvero ci serve è capire l’ambiente, gli ecosistemi, bisogna costruire una nuova cultura ecologica che ci aiuti a percepire la sacralità del nostro legame con la Terra. Lavorando e giocando in un orto, i bambini prima ancora di imparare a leggere e a scrivere possono sviluppare questo legame, possono imparare a non avere paura degli insetti e a lavorare insieme e diventare in questo modo portatori di cambiamento nella loro comunità. Nell’orto tocchiamo con le nostre mani la terra, elemento da cui nasciamo e dipendiamo tutti, e impariamo un nuovo modo di pensare. Per come la vedo io, far crescere i bambini a contatto con gli orti è l’attività fondamentale per poter comunicare l’importanza della sostenibilità e dell’armonia con la terra e l’ambiente. 

Cosa porterai con te a Torino a ottobre e cosa speri di portare a casa al tuo ritorno?
Porterò l’amore e l’impegno mio e della mia comunità. Prima dei miei due viaggi precedenti nel 2008 e nel 2010 ho usato varie forme di media, tenuto numerosi incontri ed esposizioni fotografiche per informare la mia comunità locale che ero un delegato a Terra Madre e far conoscere il più possibile questa fantastica iniziativa, e portare tutti (virtualmente) con me. Farò lo stesso anche quest’anno. Tornando indietro, porterò a casa il calore, la creatività e la volontà delle persone che incontrerò a Torino, ma anche gli indimenticabili assaggi del Salone! Condividerò quest’esperienza tramite presentazioni, mostre fotografiche, articoli e tanti racconti importanti delle comunità di Terra Madre diffuse in tutto il mondo. 

Jim parteciperà come delegato anche quest'anno: potrai incontrarlo a Torino dal 25 al 29 ottobre. 


A cura di Anne Marie Matarrese e Michela Marchi
a.matarrese@slowfood.it
m.marchi@slowfood.it
Traduzione: Paolo Tosco
p.tosco@slowfood.it 

 

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