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in collaborazione con:
Salone del Gusto - Terra Madre

La pecora voluta dagli dèi
Se fosse conservata solo la genetica della razza animale, non si salverebbe altro che un reperto da museo. Invece le comunità Navajo e ispaniche hanno sviluppato i propri mercati per le lane speciali, per il montone e l’agnello alimentati al pascolo, grazie al sostegno tecnico offerto da Slow Food e American Livestock Breeds Conservancy. Un pezzo da museo che torna a rivivere nelle culture e nelle cucine.
Gary Paul Nabhan, scienziato e scrittore
Finché avremo la pecora, non patiremo la fame e non saremo mai poveri. Ecco perché ci è stata donata dagli dei.
Jay Begay Jr, allevatore delle pecore Navajo-Churro
Sebbene salvare la razza dall’estinzione sia considerato un successo da scrivere negli annali della conservazione genetica, abbiamo incontrato molti ostacoli per rendere l’allevamento della Navajo-Churro economicamente produttivo, sia all’interno sia all’esterno della riserva.
Gay Chanler, fiduciario del convivium Slow Food Alta Arizona e coordinatore del Presidio della pecora Navajo-Churro
Per secoli, la pecora Navajo-Churro è stata il sostentamento dei popoli ispanici, Pueblo e Diné del Sudovest degli Stati Uniti. Un animale considerato sacro dai Diné di cui nessuna parte va sprecata. La Navajo-Churro pascola
liberamente e si ciba di erbe stagionali che conferiscono alle sue carni magre un peculiare sapore. Il vello multicolore è ideale per la tessitura. È la più antica razza ovina dell’America settentrionale ed è sopravvissuta, nonostante le grandi difficoltà, oltre 400 anni.
«La pecora è vita», dice Jay Begay Jr., pastore in una riserva Navajo, che alleva le sue pecore secondo le pratiche tramandate dalla nonna. Roy Kady, pastore e mastro tessitore della comunità T’iis Nazbas (Teec Nos Pos), ha invece imparato dalla madre Mary Clah che, per perpetuare la tradizione familiare, non è andata a scuola. Jay e Roy sono alcuni tra i pastori impegnati a preservare la razza attraverso i metodi tramandati da generazioni. La leggendaria resistenza di questa razza ovina è per i Navajo fonte di grande ispirazione. Si pensa che gli antenati dei Navajo si siano spinti a Sudovest in cerca di nuovi animali da cacciare, tra cui la Big Horn, la pecora dalle grandi corna. Secondo la mitologia, questa razza fu mandata sulla terra per gli dèi, i quali promisero agli uomini che ne avrebbero ereditato una forma addomesticata. Così, quando l’esploratore Don Juan de Onate introdusse la Churro in America alla fine del XVI secolo, durante la colonizzazione spagnola, la profezia sembrò avverarsi. Grazie alle cure dei Navajo, la pecora ben si adattò alle mesas, le pianure semiaride, e ai canyon rocciosi dell’altopiano del Colorado.
Kit Carson e le tempeste 
Tuttavia, la razza ha rischiato l’estinzione due volte. Nel 1863, il popolo Navajo fu dichiarato nemico degli Stati Uniti e il governo inviò Kit Carson a conquistare la tribù, bruciarne i raccolti e sterminare le greggi di Churro. Per fortuna, alcuni clan riuscirono a fuggire nascondendosi in canyon remoti insieme agli esemplari sopravvissuti. Negli anni Trenta, per contenere l’erosione dovuta alla Dust Bowl, le grandi tempeste di sabbia causate da tecniche agricole scorrette, venne ordinata la riduzione dei capi. L’iniziativa portò alla sostituzione della Churro con razze dalla crescita più rapida, ma più vulnerabili, dal vello corto e unto per niente adatto alla tessitura. Finché l’Usda (Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti) riconobbe la Churro come la razza più adatta agli ambienti aridi, ma si perse il significato culturale dell’allevamento e Churro fu sostenuta solo per dar vita a nuovi incroci. Le ricerche dell’Usda furono sospese e la razza si disperse. Finché, negli anni Settanta, il professore Lyle McNeal iniziò a raccogliere esemplari di animali da aree remote in California e nella riserva navajo.
Con oltre 5000 capi registrati negli Stati Uniti, il Navajo Sheep Project di McNeal sostiene la razza e le tradizioni ispaniche e Pueblo a essa associate. Nel 2006, la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus ha riconosciuto alla carne della Navajo-Churro una profonda valenza culturale, trasformandola in Presidio. L’obiettivo è la creazione di un mercato per la carne, l’educazione del pubblico per la comprensione dell’importanza di questa razza. Sin dall’inizio, il Presidio ha incluso diversi pastori che erano riusciti a vendere la loro carne ai cuochi locali. Attraverso strategie di vendita diretta, indirizzate in particolare a cuochi e fornitori di servizi di ristorazione interessati all’animale intero, il Presidio ha iniziato a commercializzare l’agnello come risorsa culinaria, con un prezzo vantaggioso per i produttori. Inoltre sta cercando finanziamenti per sviluppare il mercato e apportare miglioramenti ai pascoli. Gli allevatori del Presidio seguono un disciplinare specifico che prevede metodi tradizionali di allevamento Diné, il pascolo all’aperto, vieta l’uso di antibiotici e di alimenti a base di mais. Insieme a Slow Food Northern Arizona, organizza cene, Laboratori del Gusto, visite in agriturismi, eventi che presentano l’agnello al pubblico e forniscono a produttori e cuochi un utile feedback. Nel 2007, Gay Chanler ha coprodotto il cortometraggio A Gift from Talking God: The Story of the Navajo Churro (Un dono dal dio parlante: la storia della pecora Navajo Churro), un altro efficace e apprezzato stratagemma per diffondere la cultura di questa razza unica e rara.
Tratto da Almanacco Slow Food 2010






